A Roma li chiamano "Pizzardoni"
dai becchi (pizzi) della feluca che indossavano: durante il "ventennio" una
bonaria retorica li ribattezzò "Metropolitani". A Milano sono chiamati i "Ghisa"
dal colore ferrigno dell' abito. Dovunque, in ogni città, sono componente
essenziale dei paesaggio umano e le loro uniformi diventano simbolo della città
stessa: si pensi al casco dei "Bobs" di Londra o al kepì dei "Flics" parigini. A
Pisa sono le "Guardie": le Guardie per antonomasia. Tuttavia, nel passato, per
distinguerle dalle Guardie daziarie, dalle Guardie di Finanza, dalle Guardie di
città (quest' ultime chiamate dal popolino pisano "Strappa panciotti" per un
certo mal garbo nello sciogliere gli assembramenti del 1898), dalle Guardie di
San Rossore, si usava a Pisa un nomignolo che ai pisani giovani risulta
incomprensibile: il nomignolo di "Guardie der piscio". L'epìteto era innocente e
non esprimeva alcun disprezzo: anzi. "C'è una Guardia laggiù", sentii dire una
volta a una mamma in piazza del Duomo rivolta ad una bambina che faceva le
bizze, "ma proprio una Guardia der piscio, eh!". Come dire una Guardia con
pedigree. In un' epoca senza parcheggi in divieto, la repressione della minzione
in divieto era fra i loro compiti principali. In proposito c'è tutta
un'aneddotica a metà strada fra leggenda e realtà. "Ti ciò pescato!!". "Ma cosa
dice?! 'Un ce l'ho mia fatta io! Ma lei m'ha visto?".
di Mauro da Caprile
E così via, fino ad un più recente commento di un
tutore davanti, o meglio di dietro, a una fila sconfinata di macchine: "Se era
sempre 'r tempo delle 'arròzze, te lo 'mmagini quante pisciate?!". Pur bonario e
alieno da malizia, l'epiteto era stregato e contribuiva a togliere ogni
solennità dai loro atti. La mitologia era ricchissima: "Vai, arròtala!", disse
una Guardia all' arrotino fermo in Borgo Stretto, porgendo la daga estratta dal
fodero (era il tempo in cui le Guardie avevano la daga). Ma la leggenda
raggiungeva i toni più alti, lirici, nella compilazione dei verbali per
oltraggio a pubblico ufficiale nell' esercizio delle sue funzioni: "Gli ho
chiesto la carta di identità ed egli mi ha mandato a p...". "Alla richiesta di
favorire la licenza rispondeva: ma con lei ci vogliono le palle di sasso come
quelle di ponte!". " In Piazza Cairoli, detta della Berlina, il suddetto si
rivolgeva a noi con le parole: O troiài, dov' andate?". O tempora, o mores! Ma
il passato non muore mai dei tutto. L'ultima volta che venni a Pisa, chiesi un'
informazione a un vigile di servizio ad un semaforo: portò la mano alla visiera,
poi, efficiente e parlando un po' di spizzico, cominciò le spiegazioni. In quel
mentre il semaforo cambiò colore: una spider con targa inglese ritardò un attimo
la partenza. Il volto del tutore si fece autorevole, ma all'autorevolezza si
sovrappose un lampo beffardo: "Allora, milòrde?! Gnamo, gnamo!!". La grande
tradizione era salva: ed insieme ebbi la riprova che Pisa è immortale.
UN SALUTO DALLA
CORSICA
La chiesa di San Michele a Murato (Anno
1050)
Luciana, la Canonica Pisana (Anno
1100)
Inviamo queste righe a quella che per noi
còrsi è stata "Mamma Pisa". Le vestigia delle nostre strade romane, i ricordi di
Mario (attuale Marana), di Silla (attuale Aleria) e di Seneca (la torre omonima
in Capo Corso) ci dicono delle nostre radici lontane. Ma poi, dal '400 al 1000,
sei secoli bui, durante i quali la Corsica si trova abbandonata in preda alle
continue scorrerie saracene e del tutto priva di un civile governo.
Arriviamo così all'anno 1000 quando il Papa, pur non rinunziando alla
propria sovranità, che gli veniva, sembra, dalla donazione di Costantino, delega
Pisa alla gestione della Corsica. Questa rimane pisana per tre secoli, fino cioè
alla Meloria, per essere allora sostituita da Genova che vi restò per altri 5
secoli. I tre secoli di Pisa sono il periodo essenziale della storia della
Corsica sotto tutti gli aspetti. Esaminiamoli: ETNICO - Al suo arrivo in Corsica Pisa trova
una popolazione disastrata di meno di 30.000 abitanti, la cui maggior parte
viveva arroccata nell'interno centrale montuoso dell'Isola. Quando Pisa partì la
Corsica contava circa 250.000 abitanti... Si può dunque concludere che la
Corsica èstata popolata da Pisa. I nomi delle famiglie còrse sono ancora oggi in
grandissima parte di ceppo toscano. Si calcola che l'80% della popolazione còrsa
sia di sangue toscano, il 5% ligure ed il 15% di origini varie (sarde,
calabresi, francesi). LINGUISTICO -
L'idioma còrso, da alcuni considerato lingua vera e propria, da altri dialetto,
è quello che Niccolò Tomrnaseo classificò come il più perfetto dei dialetti
italiani. Infatti la parlata còrsa prende radice durante i secoli pisani. A
parte una modesta influenza etnica e linguistica genovese, e francese poi, nei
secoli più recenti, la stragrande maggioranza dei còrsi parla un dialetto antico
di marca pisana, dunque toscano. Ciò è dovuto al fatto che il grande aumento
della popolazione fu dovuto ad una continua immigrazione di famiglie toscane
(massimamente Pisa, Lucca, Massa Carrara). Per concludere il còrso è una parlata
tosco-pisana che si innesta rapidamente su un "volgare" predantesco con parziali
antichissime influenze calabro-siciliane. CULTURALE - Prima dell'arrivo dei francesi
(1769) la Corsica ha sempre parlato italiano. Lo sviluppo organizzativo che
Pisa dette all'Isola con una divisione in Pievi, oggi dette Cantoni, fu subito
accettato dalla popolazione. Tutta l'amministrazione della Corsica fu amata dai
còrsi che oggi ricordano il periodo pisano con affetto e simpatia. La sola
lingua scritta sia privatamente sia ufficialmente (parroci e notai) èsempre
stata l'italiano. Esso era parlato insieme al còrso, il quale dunque si conferma
come un dialetto italiano molto ricco in espressioni e vocaboli ma debole
grammaticalmente. Fino alla metà dell'800, dico ottocento, i còrsi studiavano
all'Università di Pisa. Le Facoltà più frequentate erano Legge e Medicina.
La Francia, preoccupata dal fatto che dopo 80 anni dall'occupazione
dell'Isola, i còrsi continuassero a studiare a Pisa, decretò che le lauree
rilasciate dall'Università di Pisa non fossero riconosciute in Corsica. Così,
salvo alcune eccezioni di cui potremo parlare in altra occasione, l'afflusso
regolare dei giovani còrsi a Pisa dovette cessare. Per concludere crediamo
di poter affermare che la Corsica deve tutto a Pisa. Dopo molti secoli
l'impronta pisana non èandata perduta. Non molti sanno che l'arcivescovo di Pisa
e ancor oggi il Primate di Corsica, anche se a Parigi questo non è piaciuto
molto! Pisa fu amata dai còrsi in tempo ormai rernoto ma noi la ricordiamo
ancor oggi. Anzi, la ringraziamo!
di Carlo Rosselli-Cecconi tratto da "Il
Pendolo del Turismo" dell'Agenzia per il Turismo di Pisa
UNA GOLIARDATA DEL
1936 (estratto da "IL RINTOCCO
DEL CAMPANO" rassegna periodica dell'Associazione Laureati Ateneo
Pisano)
Caro Direttore se la cosa può interessare il
periodico, a questa foto che già conosci possono seguirne altre (poche
purtroppo) di un periodo di vita universitaria, quella degli anni anteguerra
della mia generazione. Questa, qui acclusa, è avvolta in una certa nebbia che
non si è finora dissolta. Non sono ancora riuscito a sapere da chi ed in quali
circostanze questi costumi fossero in quel tempo indossati. Unica cosa certa è
la data che porta e, per mia memoria, che la foto fu scattata nel pomeriggio di
quel 19 novembre 1936, nel cortile della «SAPIENZA» (in quel momento, ricordo,
deserto) dietro ilMonumento ai Caduti, esattamente nell'atrio antistante
l'ingresso dell'Aula Magna storica. Coloro che vi appaiono sono tutti «scolari»
dell'Ateneo i cui nomi (meno uno che non ricordo) sono più avanti riportati. Un
dubbio irrisolto è invece il perché li indossammo noi (uso la prima persona
plurale dato che anch'io ero nel gruppo) Una «goliardata»? Forse si, perché non
ho in mente alcuna partecipazione a qualche cerimonia ufficiale. A meno che,
considerando la data, non ci fosse stata al mattino l'inaugurazione dell'anno
accademico '36-'37; alla quale non saremmo comunque comparsi se non nelle
adusate... divise «gufine». Veniamo ora alle congetture che possono farsi con
l'esame del gruppo. I costumi sono identici per foggia a quelli dei «valletti»
dell'Amministrazione Comunale, ma di colore blù anziché rosso; il loro numero
èdi undici, dei quali: sei recanti sul petto l'insegna del «Cherubino» e per
copricapo il berretto a punta dei medievali «clerici vagantes» (antesignano
dell'attuale policromo berrettino goliardico); e cinque la bianca Croce Pisana e
la «cuffia bianca». Ai costumi sono unite «forniture» varie: spade, chiarine,
bastoni di comando, bandiere. A questo punto, incastrando tra loro le diverse
tessere del «puzzle» penso che si possa suffragare l'ipotesi dell'uso dei
costumi nell'ufficialità di cerimonie accademiche. E chi sarebbero state le
persone alla quale erano destinati i costumi se non la benemerita categoria del
personale non docente (ma non certamente meno importante), quella dei nostri
«bidelli» di allora, preziosi aiuti per la ricerca di una «dispensa
ciclostilata» o per la «firma di frequenza» sul libretto, a qualche corso magari
... poco frequentato. Era allora, questo, un legame affettivo che univa lo
«scolaro» ed il «bidello», e che forse da molti anni non èpiù possibile per la
discrepanza numerica esistente tra gli uni e gli altri. Ed ora la presentazione
degli «undici» goliardi qui immortalati. In piedi da sinistra: ITALO
BASILE, ingegneria; ETTORE TOSI, medicina; TITO
ANTONI, scienze economiche; LANDI, medicina; PIERO
MORI, medicina; PAOLETTI, agraria; LUIGI
POLI, medicina; GIUSEPPE POLI, ingegneria; CORRADO
MALFA, legge; uno di cui non ricordo il nome studente forse di
veterinaria. Uundicesimo, BRUNO GHELARDI, facoltà di «legge»,
compare solo con la testa al centro della foto tra le due bandiere pisane. Degli
«undici» qui raffigurati, per quanto a mia conoscenza, sette non sono più, il
primo a lasciare la terra fu ITALO BASILE, il primo del gruppo, nella notte del
28 marzo 194 1, a bordo dell'incrociatore «POLA», colato a picco unicamente agli
incrociatori «FIUME» e «ZARA» nella tragica grande battaglia navale di «CAPO
MATAPAN». Aveva neanche venticinque anni. Riesumare lontani ricordi, a noi - che
come si usa dire a tombola ... «si sta per uno» non dà tristezza; se mai ci
prepara meglio a ... rincontrarci in un eventuale aldilà.
Cordialmente. Ettore Tosi
Ringraziamo Ettore per la collaborazione. Volendo essere il
«Rintocco» una specie di Archivio della nostra goliardia siamo lieti di
pubblicarne fatti e misfatti di ogni generazione studentesca.
Chi si riconosce o identifica parenti o amici, può
inviarci un breve testo di commento personale, che provvederemo a pubblicare. Si
possono allegare anche foto od immagini. Ricostruire i ricordi può solo far
bene! info@vernacolo.it(Nb:
passate parola vorremmo riuscire a ricostruire la storia di ognuno di queste
persone).