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lunedì 06 settembre 2010
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LE GUARDIE DER PISCIO

di GIUSEPPE GEMIGNANI


A Roma li chiamano "Pizzardoni" dai becchi (pizzi) della feluca che indossavano: durante il "ventennio" una bonaria retorica li ribattezzò "Metropolitani". A Milano sono chiamati i "Ghisa" dal colore ferrigno dell' abito. Dovunque, in ogni città, sono componente essenziale dei paesaggio umano e le loro uniformi diventano simbolo della città stessa: si pensi al casco dei "Bobs" di Londra o al kepì dei "Flics" parigini. A Pisa sono le "Guardie": le Guardie per antonomasia. Tuttavia, nel passato, per distinguerle dalle Guardie daziarie, dalle Guardie di Finanza, dalle Guardie di città (quest' ultime chiamate dal popolino pisano "Strappa panciotti" per un certo mal garbo nello sciogliere gli assembramenti del 1898), dalle Guardie di San Rossore, si usava a Pisa un nomignolo che ai pisani giovani risulta incomprensibile: il nomignolo di "Guardie der piscio". L'epìteto era innocente e non esprimeva alcun disprezzo: anzi. "C'è una Guardia laggiù", sentii dire una volta a una mamma in piazza del Duomo rivolta ad una bambina che faceva le bizze, "ma proprio una Guardia der piscio, eh!". Come dire una Guardia con pedigree. In un' epoca senza parcheggi in divieto, la repressione della minzione in divieto era fra i loro compiti principali. In proposito c'è tutta un'aneddotica a metà strada fra leggenda e realtà. "Ti ciò pescato!!". "Ma cosa dice?! 'Un ce l'ho mia fatta io! Ma lei m'ha visto?".

di Mauro da Caprile

E così via, fino ad un più recente commento di un tutore davanti, o meglio di dietro, a una fila sconfinata di macchine: "Se era sempre 'r tempo delle 'arròzze, te lo 'mmagini quante pisciate?!". Pur bonario e alieno da malizia, l'epiteto era stregato e contribuiva a togliere ogni solennità dai loro atti. La mitologia era ricchissima: "Vai, arròtala!", disse una Guardia all' arrotino fermo in Borgo Stretto, porgendo la daga estratta dal fodero (era il tempo in cui le Guardie avevano la daga). Ma la leggenda raggiungeva i toni più alti, lirici, nella compilazione dei verbali per oltraggio a pubblico ufficiale nell' esercizio delle sue funzioni: "Gli ho chiesto la carta di identità ed egli mi ha mandato a p...". "Alla richiesta di favorire la licenza rispondeva: ma con lei ci vogliono le palle di sasso come quelle di ponte!". " In Piazza Cairoli, detta della Berlina, il suddetto si rivolgeva a noi con le parole: O troiài, dov' andate?". O tempora, o mores! Ma il passato non muore mai dei tutto. L'ultima volta che venni a Pisa, chiesi un' informazione a un vigile di servizio ad un semaforo: portò la mano alla visiera, poi, efficiente e parlando un po' di spizzico, cominciò le spiegazioni. In quel mentre il semaforo cambiò colore: una spider con targa inglese ritardò un attimo la partenza. Il volto del tutore si fece autorevole, ma all'autorevolezza si sovrappose un lampo beffardo: "Allora, milòrde?! Gnamo, gnamo!!". La grande tradizione era salva: ed insieme ebbi la riprova che Pisa è immortale.


UN SALUTO DALLA CORSICA
La chiesa di San Michele a Murato
(Anno 1050)
Luciana, la Canonica Pisana
(Anno 1100)

Inviamo queste righe a quella che per noi còrsi è stata "Mamma Pisa". Le vestigia delle nostre strade romane, i ricordi di Mario (attuale Marana), di Silla (attuale Aleria) e di Seneca (la torre omonima in Capo Corso) ci dicono delle nostre radici lontane. Ma poi, dal '400 al 1000, sei secoli bui, durante i quali la Corsica si trova abbandonata in preda alle continue scorrerie saracene e del tutto priva di un civile governo.
Arriviamo così all'anno 1000 quando il Papa, pur non rinunziando alla propria sovranità, che gli veniva, sembra, dalla donazione di Costantino, delega Pisa alla gestione della Corsica. Questa rimane pisana per tre secoli, fino cioè alla Meloria, per essere allora sostituita da Genova che vi restò per altri 5 secoli.
I tre secoli di Pisa sono il periodo essenziale della storia della Corsica sotto tutti gli aspetti. Esaminiamoli:
ETNICO - Al suo arrivo in Corsica Pisa trova una popolazione disastrata di meno di 30.000 abitanti, la cui maggior parte viveva arroccata nell'interno centrale montuoso dell'Isola. Quando Pisa partì la Corsica contava circa 250.000 abitanti... Si può dunque concludere che la Corsica èstata popolata da Pisa. I nomi delle famiglie còrse sono ancora oggi in grandissima parte di ceppo toscano. Si calcola che l'80% della popolazione còrsa sia di sangue toscano, il 5% ligure ed il 15% di origini varie (sarde, calabresi, francesi).
LINGUISTICO - L'idioma còrso, da alcuni considerato lingua vera e propria, da altri dialetto, è quello che Niccolò Tomrnaseo classificò come il più perfetto dei dialetti italiani. Infatti la parlata còrsa prende radice durante i secoli pisani. A parte una modesta influenza etnica e linguistica genovese, e francese poi, nei secoli più recenti, la stragrande maggioranza dei còrsi parla un dialetto antico di marca pisana, dunque toscano. Ciò è dovuto al fatto che il grande aumento della popolazione fu dovuto ad una continua immigrazione di famiglie toscane (massimamente Pisa, Lucca, Massa Carrara). Per concludere il còrso è una parlata tosco-pisana che si innesta rapidamente su un "volgare" predantesco con parziali antichissime influenze calabro-siciliane.
CULTURALE - Prima dell'arrivo dei francesi (1769) la Corsica ha sempre parlato italiano.
Lo sviluppo organizzativo che Pisa dette all'Isola con una divisione in Pievi, oggi dette Cantoni, fu subito accettato dalla popolazione. Tutta l'amministrazione della Corsica fu amata dai còrsi che oggi ricordano il periodo pisano con affetto e simpatia.
La sola lingua scritta sia privatamente sia ufficialmente (parroci e notai) èsempre stata l'italiano. Esso era parlato insieme al còrso, il quale dunque si conferma come un dialetto italiano molto ricco in espressioni e vocaboli ma debole grammaticalmente. Fino alla metà dell'800, dico ottocento, i còrsi studiavano all'Università di Pisa. Le Facoltà più frequentate erano Legge e Medicina.
La Francia, preoccupata dal fatto che dopo 80 anni dall'occupazione dell'Isola, i còrsi continuassero a studiare a Pisa, decretò che le lauree rilasciate dall'Università di Pisa non fossero riconosciute in Corsica. Così, salvo alcune eccezioni di cui potremo parlare in altra occasione, l'afflusso regolare dei giovani còrsi a Pisa dovette cessare.
Per concludere crediamo di poter affermare che la Corsica deve tutto a Pisa. Dopo molti secoli l'impronta pisana non èandata perduta. Non molti sanno che l'arcivescovo di Pisa e ancor oggi il Primate di Corsica, anche se a Parigi questo non è piaciuto molto!
Pisa fu amata dai còrsi in tempo ormai rernoto ma noi la ricordiamo ancor oggi. Anzi, la ringraziamo!

di Carlo Rosselli-Cecconi
tratto da "Il Pendolo del Turismo" dell'Agenzia per il Turismo di Pisa

UNA GOLIARDATA DEL 1936
(estratto da "IL RINTOCCO DEL CAMPANO"
rassegna periodica dell'Associazione Laureati Ateneo Pisano)

Caro Direttore
se la cosa può interessare il periodico, a questa foto che già conosci possono seguirne altre (poche purtroppo) di un periodo di vita universitaria, quella degli anni anteguerra della mia generazione. Questa, qui acclusa, è avvolta in una certa nebbia che non si è finora dissolta. Non sono ancora riuscito a sapere da chi ed in quali circostanze questi costumi fossero in quel tempo indossati. Unica cosa certa è la data che porta e, per mia memoria, che la foto fu scattata nel pomeriggio di quel 19 novembre 1936, nel cortile della «SAPIENZA» (in quel momento, ricordo, deserto) dietro ilMonumento ai Caduti, esattamente nell'atrio antistante l'ingresso dell'Aula Magna storica. Coloro che vi appaiono sono tutti «scolari» dell'Ateneo i cui nomi (meno uno che non ricordo) sono più avanti riportati. Un dubbio irrisolto è invece il perché li indossammo noi (uso la prima persona plurale dato che anch'io ero nel gruppo) Una «goliardata»? Forse si, perché non ho in mente alcuna partecipazione a qualche cerimonia ufficiale. A meno che, considerando la data, non ci fosse stata al mattino l'inaugurazione dell'anno accademico '36-'37; alla quale non saremmo comunque comparsi se non nelle adusate... divise «gufine». Veniamo ora alle congetture che possono farsi con l'esame del gruppo. I costumi sono identici per foggia a quelli dei «valletti» dell'Amministrazione Comunale, ma di colore blù anziché rosso; il loro numero èdi undici, dei quali: sei recanti sul petto l'insegna del «Cherubino» e per copricapo il berretto a punta dei medievali «clerici vagantes» (antesignano dell'attuale policromo berrettino goliardico); e cinque la bianca Croce Pisana e la «cuffia bianca». Ai costumi sono unite «forniture» varie: spade, chiarine, bastoni di comando, bandiere. A questo punto, incastrando tra loro le diverse tessere del «puzzle» penso che si possa suffragare l'ipotesi dell'uso dei costumi nell'ufficialità di cerimonie accademiche. E chi sarebbero state le persone alla quale erano destinati i costumi se non la benemerita categoria del personale non docente (ma non certamente meno importante), quella dei nostri «bidelli» di allora, preziosi aiuti per la ricerca di una «dispensa ciclostilata» o per la «firma di frequenza» sul libretto, a qualche corso magari ... poco frequentato. Era allora, questo, un legame affettivo che univa lo «scolaro» ed il «bidello», e che forse da molti anni non èpiù possibile per la discrepanza numerica esistente tra gli uni e gli altri. Ed ora la presentazione degli «undici» goliardi qui immortalati. In piedi da sinistra: ITALO BASILE, ingegneria; ETTORE TOSI, medicina; TITO ANTONI, scienze economiche; LANDI, medicina; PIERO MORI, medicina; PAOLETTI, agraria; LUIGI POLI, medicina; GIUSEPPE POLI, ingegneria; CORRADO MALFA, legge; uno di cui non ricordo il nome studente forse di veterinaria. Uundicesimo, BRUNO GHELARDI, facoltà di «legge», compare solo con la testa al centro della foto tra le due bandiere pisane. Degli «undici» qui raffigurati, per quanto a mia conoscenza, sette non sono più, il primo a lasciare la terra fu ITALO BASILE, il primo del gruppo, nella notte del 28 marzo 194 1, a bordo dell'incrociatore «POLA», colato a picco unicamente agli incrociatori «FIUME» e «ZARA» nella tragica grande battaglia navale di «CAPO MATAPAN». Aveva neanche venticinque anni. Riesumare lontani ricordi, a noi - che come si usa dire a tombola ... «si sta per uno» non dà tristezza; se mai ci prepara meglio a ... rincontrarci in un eventuale aldilà.

Cordialmente. Ettore Tosi

Ringraziamo Ettore per la collaborazione. Volendo essere il «Rintocco» una specie di Archivio della nostra goliardia siamo lieti di pubblicarne fatti e misfatti di ogni generazione studentesca.

Chi si riconosce o identifica parenti o amici, può inviarci un breve testo di commento personale, che provvederemo a pubblicare. Si possono allegare anche foto od immagini. Ricostruire i ricordi può solo far bene!
info@vernacolo.it (Nb: passate parola vorremmo riuscire a ricostruire la storia di ognuno di queste persone).


 
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